lunedì 9 settembre 2013

Broken Bus - Andrea Mazzucchelli (quarto episodio)

Andrea Mazzucchelli era giovane ma tremendamente ansioso.
Quindici anni passati a preoccuparsi di tutto, per motivi che ignorava. Aveva dato la colpa ad un'educazione troppo oppressiva, che era assolutamente vero, ma sicuramente ci aveva messo del suo. Aveva ansia che non ci fosse abbastanza marmellata nel bombolone marmellato, aveva ansia di essere troppo grasso (e questo lo faceva effettivamente ingrassare), aveva ansia che non avrebbe mai baciato una donna e neanche un uomo, come ultima spiaggia. Aveva ansia che l'ultima spiaggia fosse veramente l'ultima, che non avrebbe mai trovato un lavoro, che non sarebbe mai neanche riuscito a essere un disoccupato.
La sua ansia più grande era però stata costruita ad arte dalla sua mente diabolica: aveva l'ansia di avere un'urgenza irrefrenabile di andare in bagno, senza che ci fosse un bagno nelle vicinanze. Che, a pensarci bene, è un pensiero legittimo, ma ovviamente portato alla paranoia e alla ragion di vita era diventato la sua ansia perfetta: il solo pensiero che non ci fosse un bagno nelle vicinanze lo spaventava, e quindi il suo intestino si muoveva per la paura trasformando l'ansia in realtà e impedendogli il più delle volte di uscire di casa.

Andrea era però pieno di volontà e di risorse.

Era particolarmente ansioso del giudizio degli altri, quindi aveva deciso che, per evitare che si accorgessero del suo stato perennemente ansioso, avrebbe osato la volgarità per fingersi un gradasso sgradevole.
Lo so, è difficile da spiegare.
Magari con un esempio...

Spesso salendo sull'autobus si scopriva terrorizzato dal fatto di non aver controllato due volte il numero del mezzo su cui era salito. Allora si rivolgeva agli amici dicendo frasi del tipo "Oh, non è che cambia il numero dell'autobus in corsa, sto frocio?" indicando l'autista con aria allo stesso tempo tremebonda e spavalda. Gli amici controllavano e dicevano "Tranquillo Roccia, ho controllato, il numero è lo stesso". Andrea Mazzucchelli era ansioso quando lo chiamavano Roccia, perchè non capiva se era una presa per il culo.
Il soprannome Roccia se lo era guadagnato quella volta che a scuola durante l'ora di ginnastica c'era "il test delle flessioni".  Il "test delle flessioni" consisteva semplicemente nel fare 20 flessioni.
Andrea ne era terrorizzato.
L'idea di fallire davanti ai compagni lo aveva tenuto sveglio per tutta la notte. Arrivato in palestra aveva atteso il suo turno con fare impassibile (ma con la morte dentro). Poi si era sdraiato, aveva fatto 2 flessioni poderose, potenti e perfette. Si era rialzato e aveva detto all'insegnante "Le altre 18 le tengo per la mia ragazza" e se ne era andato senza voltarsi. Girato l'angolo dello spogliatoio aveva cominciato a frignare come un ciuchino, chiedendosi se la cosa avrebbe funzionato.
Aveva funzionato, perchè l'insegnante era sottopagato e non gli fregava nulla di quel lavoro orribile e meditava prima o poi di suicidarsi impiccandosi agli anelli del corpo libero.
La vita di Andrea, tra una paura e l'altra, era ormai rotolante verso l' inferno, per cui, quel 14 agosto, aveva deciso di affrontare finalmente tutte le sue ansie. Partendo da quella più grande.
Quella mattina si era svegliato e aveva volutamente deciso di NON andare in bagno. "La tengo, è normale, come fanno tutti - ho fatto i conti: l'autobus ci mette 15 minuti, calcolo altri 15 minuti di attesa massima: tra 40 minuti sarò al bagno della scuola e se proprio mi scapperà andrò lì!"
Alle 7.20 era quindi uscito di casa, con un sudore misto caldo-freddo che non sapeva se ricondurre all'ansia o a un cagata bovina. Ad ogni modo, fiero dei suoi propositi e facendosi coraggio, aveva chiuso la porta e si era avviato verso la fermata.

Andrea non poteva neppure immaginare quanto a lungo sarebbe dovuto rimanere sull'autobus, quel giorno.

venerdì 23 agosto 2013

Broken Bus - Sampar (terzo episodio)

Sampar guidava gli autobus da 39 anni, 11 mesi e 29 giorni. Ancora due giorni e sarebbe andato in pensione. Non gli sembrava vero.

Era salito sul primo autobus nel 1973, e non ne era ancora sceso. Le aveva viste più o meno tutte dalla sua cabina di guida, il Gianni. Già, perchè Sampar non era il suo vero nome. Era un soprannome che si era guadagnato per un curioso episodio avvenuto nel Novembre del 1979, sulla tratta che portava dal Deposito Due MAdonne a Calderara di Reno. In quella che sembrava una ordinaria giornata di lavoro era accaduto un evento, per l'epoca, straordinario. Sull'autobus era salito un cittadino di un'altra nazione: barba foltissima, turbante in testa, carnagione olivastra. Il Gianni l'aveva squadrato da cima a sandali per imprimerlo bene nella memoria. Poi, nel silenzio attonito sceso tra gli imbarazzati passeggeri del mezzo pubblico, aveva messo la prima, aveva sospirato e aveva continuato il suo viaggio, tra il sogno e la realtà. .
Lo straniero non aveva pronunciato una sola parola, era sceso alla fermata dell'Ospedale Maggiore e si era incamminato lentamente verso la sua destinazione.
Il Gianni, finito il turno, si era fiondato nella sala ricreativa dell'azienda di trasporti in via San Felice e tutto d'un fiato aveva raccontato "Oggi è salito su un autobus uno di un altro paese! Doveva essere un persiano, un indiano...quelle robe lì... mammia mia che cose strane che si vedono!". I colleghi, attoniti, avevano ascoltato per 15 minuti i voli pindarici del Gianni per cercare di descrivere le sembianze della creatura e le emozioni che si erano diffuse per tutto l'autobus. Alla fine del suo racconto, con un filo tremulo di voce, si era accasciato su una sedia esclamando "Che esperienza! Sentite mo' il Gianni e ricordatevi queste parole: diventerò famoso per essere l'unico autista di Bologna che ha visto salire uno straniero su un autobus".
Questo racconto era diventato leggenda e si era tramandato di anno in anno, di circolo in circolo.
25 anni dopo, appunto, gli era valso il famoso soprannome di "Sampar". Abbreviazione di "Lù lè ai ciàpa sampar".

Il 13 agosto 2013 Sampar stava concludendo il suo penultimo giorno di lavoro. Con fatica, per utilizzare un eufemismo. L'autobus, una vettura col numero 13 stampigliato sulle estremità, stava esalando gli ultimi respiri, come se volesse andare in pensione assieme al suo padrone. Con tutta l'esperienza accumulata negli anni, il Gianni era riuscito a parcheggiare il mezzo nel deposito Battindarno e aveva spento il motore un secondo prima che questo collassasse, a giudicare dai rumori prodotti. L'aria condizionata era rotta, il monitor di sistema era sfarfallante nell'intento di riavviare il sistema operativo da circa 15 anni (c'era montanto Windows 98!), i sedili divelti e i finestrini opponevano la resistenza di un lottatore di sumo a qualunque manovra di approccio. Sampar, che ne aveva viste tante, aveva sentenziato "Questo è stato il tuo ultimo viaggio!". Aveva compilato la scheda per i meccanici segnalando "grave malfunzionamento", poi l'aveva consegnata a Tazio e Enrico, che facevano il triplo turno in officina e aveva sentenziato "Cal zavài que ans muvàra piò!" . Dopo era andato a casa per un meritato riposo in attesa del suo ultimo turno, che sarebbe iniziato alle 11.30 del 14 agosto 2013.

Il mattino successivo, come da procedura prevista dall'azienda dei trasporti bolognese, aveva comunque provato a riaccendere la vecchia carcassa e, con suo enorme stupore, l'autobus si era subito messo in moto con un frizzante rombo del motore, che sembrava cantare come Gigi Finizio al festival degli Innamorati Sbaciucchiosi di Venezia. Gianni, stupito ma allo stesso consapevole dell'origine del suo soprannome, aveva fatto finta di niente e fischiettando aveva iniziato il suo ultimo viaggio verso il capolinea.

Alle 11.45 Tazio si era avvicinato a Enrico ridendo "Hai visto Enrico? L'autobus di Sampar oggi è partito come un fulmine! Ogni parola, una sentenza!". Ma la risata si era subito fermata in gola vedendo lo sguardo di Tazio diventare prima interrogativo, poi pallido, poi terreo. "Che c'e' Tazio, hai visto una busona?", aveva subito chiesto Enrico speranzoso.
Tazio aveva pronunciato poche semplici parole. "Come ha fatto a ripartire quell'autobus che gli ho tolto il motore ieri sera?".

martedì 20 agosto 2013

Broken Bus - Rita (secondo episodio)

Impiegata della Biblioteca comunale, o impiagata, come era solita definirsi in gioventù l'insicura Rita.
Da 34 anni attendeva che il principe azzurro, dopo essersi registrato in Biblioteca compilando l'apposito modulo,  venisse a salvarla portandola nel mondo fiabesco che si era costruita. Un mondo che trasudava sogni e speranze, che si alimentava grazie a ogni riga sbranata dai suoi libri preferiti... un mondo etereo e impalpabile che prendeva vita ogniqualvolta Rita chiudeva gli occhi. Tra un tomo e l'altro, un po' stufa di aspettare, Rita  aveva insospettatamente scoperto una grande passione per il sesso anale.
Non era come trovare il principo azzurro, soleva dire, ma però minghia intanto che aspetti almeno il tempo passa allegramente.
E dire "ma però" quanto la eccitava, nella sua imperfezione grammaticale!
Da quando aveva abbracciato la promiscua libertà sessuale si sentiva combattuta tra la vecchia Rita e la porca Rita, due proiezioni di se stessa che cercavano faticosamente di convivere. Aveva scelto finora partners occasionali, scoprendo a sua insaputa di essere molto desiderabile e, a detta dei suoi amanti, anche molto brava.

Ma questa non era l'unica perversione di Rita.
Quello che veramente la eccitava, che la faceva sentire in estasi era mandare messaggini ai suoi partners, dando così sfogo a tutte le fantasie più nascoste. Erano i suoi piccoli romanzi: audaci, intensi, improvvisi, emozionali e istintivi.

Quello di cui Rita non si accorgeva era però che le sue due anime, quella colta-istruita e quella selvaggia- passionale, convivevano nei suoi sms. Per fare degli esempi, tra i messaggi inviati dal suo cellulare comparivano  "Scopami come se fossi la tua troia, poichè mi è negletta l'autostima quando giaccio teco". Ma anche "Vorrei che fossi qui per ingollare con avidigia estrema il tuo seme, atteso che il desiderio di essere scopata è difficile da arginarsi". La sua parola preferita, come per molti agricoltori, era infatti "seme". Lo infilava in ogni messaggio, il più delle volte sconcertando chi lo riceveva che si aspettava un linguaggio ben più terra terra visto l'argomento trattato.

Quella mattina Rita si era svegliata di buonora e aveva mandato un solo sms, che recitava pressapoco così "Tazio, stanotte ho sognato il tuo seme. Ci si vede sul solito autobus. Non indosserò le mutandine, vieni ad obliterare l'apposito titolo di viaggio o verrai sanzionato secondo le vigenti normative".

Rita non sapeva quanto le avrebbero fatto comodo un paio di mutandine sopra quell'autobus che luccicava abbagliando i passanti,  in quella torrida mattina d'Agosto.

martedì 13 agosto 2013

Broken Bus - Arnaldo (episodio pilota)


Quella mattina di Agosto Arnaldo si era svegliato presto, come suo solito.
Alle 4 del mattino, un'afa insopportabile (anche per quella stagione) e un'irresistibile voglia di rompere i coglioni ai bolognesi che  sarebbero andati a lavorare di lì a poco lo avevano scaraventato giù dal letto. Aveva sputato a terra, aveva tirato fuori i bollettini postali, aveva messo a posto la sua collezione di foto di badanti rumene, aveva telefonato a uno dei suoi numeri verdi preferiti per poi riattaccare non appena rispondeva l'operatore. Questa liturgia ormai consolidata era recentemente stata arricchiata da un nuovo rito: tracannare d'un fiato un bicchierino ricolmo di alchermes. Alfonso si era accorto che quel bicchierino era sufficiente per rendere le labbra spiaccicanti tutto il giorno. Biascicare fortissimo di fianco alle persone era diventato un gioco da ragazzi e alcuni toni di schiocco erano talmente alti che avrebbero potuto disturbare la  Madonna in persona.
Alle 7.45, puntuale come la sorte, Arnaldo era uscito di casa alla ricerca del bus più affollato possibile.

Arnaldo, 67 anni, non sapeva che dopo aver messo piede su quell'autobus non avrebbe mai più rivisto una sportina della COOP.

venerdì 12 luglio 2013

Warm Bodies

Dopo tanti biglietti staccati nelle multisala più condizionate e rinomate dell'antica città cui i Galli Boys diedero i Natali e i Portanova, eccomi ritornare con la coda tra le gambe (non è una coda!)  alla multisala Silent, dove l'atmosfera è gioviale, il biglietto è economico, ogni tanto si inceppa la pellicola facendo il bruciatino, ma vuoi mettere l'emozione di vedere un film non sapendo se sarà la pellicola giusta o ti parte il più classico dei porno?

Dopo questo lunghissimo periodo grammaticale vado a recensire uno di quei film che mentre sei al cinema con la compagnia e ti parte il trailer urli con spavalda tracotanza "Che puttanata! Ma chi va a vedere una stronzata così?" ma sotto sotto la ragazzina che è in te inizia a strepitare perchè a) è una storia d'amore giovanile e io le adoro, soprattutto quando c'e' una cheerleaders che si innamora di uno con gli occhiali b) c'e' il mio attore fichissimo giovanile preferito, ovvero Nicholas Hoult. Salve, sono Nicholas Hoult, forse mi ricorderete per essere il bambino di About a Boy, film che Pepi si è sempre rifiutato di vedere, ma sicuramente mi ricorderete per aver impersonato Tony nella serie Skins, personaggio che Pepi ha adorato in quanto era completamente scoppiato, drogato, normale, si trombava qualunque cosa passasse, alcolizzato, ma colto.
Insomma, il più classico degli impiegati. Allora, il lato ragazzina che è in me ha saputo attendere che questo film uscisse dalla grande distribuzione e arrivasse appunto alla multisala Silent, dove, al riparo dai giudizi severi della compagnia, me lo sono gustato al rallenty, termine che usava  Paolo Valenti quando faceva vedere i goal dell'Ascoli nel 1989.

La storia: gli zombies sono sulla terra, gli umani si cingono dietro a un muro a difesa della loro umanità. Frega un cazzo di questo tipo di storia, a noi ragazzine! Il fulcro è la storia d'amore tra la protagonista, la duecolpibilissima Teresa Palmer e l'attore per cui mi strappo i capelli, appunto. Il LUI in questione è uno zombie, la LEI in questione è una bionda cheddarleader, figlia del capo dell'esercito di nonsochecazzo. E niente, lei va in avanscopata per cercare i viveri per vivere, il branco di zombie la sorprende, lui la salva e le offre un viaggio su un Ryanair diretto a Sciarm, come si usa tra i giovani, per farla innamorare.
Lei, come ogni donna che si rispetti, non importa che dall'altra parte ci sia un ragazzo o uno zombie, comincia a rompere il cazzo.
"Non mi porti mai al cimitero", "una volta mi mordevi con denti diversi" "pensi sempre a uscire con i tuoi amici zombie, ma io non sono la tua serva. Adesso la do al primo che barcolla".
Cose così, insomma, fantasia dello sceneggiatore, figuriamoci se dei dialoghi del cazzo così potrebbero esserci nella vita quotidiana. E niente, alla terza birra che bevo (essendo la multisala Silent economica, si può strafare), realizzo, come bomber Pruzzo nel 1984. Al di là della storia, che alcuni potrebbero definire una puttanata, c'e' tutto un discorso filosofico non da poco, sul fatto di come la diversità sia tale solo se guardata con diffidenza. Insomma se arriva uno zombie tendiamo a sparargli alla testa, in genere. Ma mettendogli la lingua in bocca invece? La morderà o diventerà più umano? Bellissimo interrogativo da riportare nella vita quotidiana, ove il reietto è tale perchè si crede uno zombie o perchè gli altri tendono a sparargli la testa senza conoscerlo?  E se tutti sotto sotto fossimo belli come il mio attore preferito? Perchè non andiamo in giro a infilare la lingua in bocca a ogni persona che passa? Sì, è vero quella cosa delle denunce e delle condanne penali. Ma al di là di questo! Il film è un inno non dico all'amore, ma sicuramente al fare outing dal sentirsi creature decrepite e provare a vivere, rischiando di beccarsi un colpo in testa, ma anche di riuscire a cambiare il mondo.
Alla quinta birra, quando ormai ero in lacrime pensando a quanto è bello essere vivi ed essere umani, il film è finito, non ricordo come, ma sono dettagli, non è che poi sto qui a raccontarvi tutto sennò poi i film non li andate a vedere. E niente andiamo coi voti

Voto al film: 8, di breve durata, giovanile, una stronzata se ci si ferma alla trama, profondo se si vuole andare su altri livelli, accontenta lui perchè ci sono gli zombie, accontenta lei perchè c'e' l'attore figo, secondo me accontena tutti. Che poi la gente si lamenta sempre comunque, quindi amen.
Voto all'attore protagonsita: 9, non arriva a dieci perchè non c'e' neanche una scena in cui è drogato in un locale ambiguo sotterraneo a Londra, comunque continua così perchè sei bravo e il Pepi ragazzina non è mai sazio.
Voto agli zombi scheletro: 8, una goduria per gli occhi,  ora col 30% di cattiveria in più rispetto agli zombie normali
Voto agli zombi che gli lampeggia il cuore quando scoprono l'amore: 4. Dai, quella scena non è credibile! Non c'e' neanche in sottofondo una canzone di Gigggi Finizio!

domenica 30 giugno 2013

World War Z : la recensione

Piovono zombie, è la sua stagione
In genere, alla proiezione al cinematografo dei film dei morti viventi viene riservata una sala da 5 posti nel cinema più sperduto di Potenza, riempita in genere solo per la metà. Stavolta c'e' Brad Pitt, quindi sala magnum dell'Uci Cinema gremita in ogni ordine di posto, giornata serena, a tratti nuvolosa, arbitra il signor Fabbricatore della sezione di Barletta. Perlopiù sono neofiti di film di zombie incuriositi da "ma cosa saranno mai questi zombie, sarà un nuovo modo di vestire, sarà una tribù indiana, non riesco a vivere nel dubbio quindi intanto mi faccio una tanica di popcorns da accompagnare con litri di bibite gassate zuccherine, che mi passa. Poi faccio un casino della madonna durante i 45 minuti di pubblicità, uh mamma mia, ho lasciato il portafoglio al lavoro, sulla scrivania del tavolo alla Provincia di Bologna, uè, che scurnata".

Ma un breve excursus sulla mia vita, non vogliamo farlo? Il mio primo abbocco con gli zombie ce l'ho quando a 8 anni mi portano a vedere una riedizione di Fantasia al Capitol, film dove tutti i personaggi zufolano e canticchiano sfrigolandosi di abbracci. Nel cinema di lato, con i muri di cartone, viene proiettato invece "Demoni". Ora, tra uno zufolio e l'altro di Fantasia migliaia di bambini sentono orde di demoni grugnare in maniera satanica e reclamare carne umana e, forse, per la prima volta le loro giovani menti pensano "Porca Troia!", che poi non sanno cosa vuol dire, ma capiscono che ci sta tutto! Allora al cinema tra l'altro non esistevano i popcorn, nè le bibite gassate: ai bambini veniva dato un gavettone di lesso che doveva bastare come piatto unico. Da adulto ho poi visto Demoni, film bellissimo, ambientato in un cinema, posso solo immaginare l'orrore e la suggestione di vederlo in sala... poi ho visto tutti i film di genere e non si sa perchè è un genere che appassiona sempre. Film tragediosi e apocaliticci come Zombie, o film come Re-Animator, che non saprei definire, o anche la serie Walking Dead, ma anche quella serie inglese con gli Zombie che entrano al Grande Fratello (credo si chiami "Dead Set") ti legittimano a parlare di zombie con cognizione di causa. Quando entra Brad Pitt con un look uguale a Gabriel Omar Batistuta, che gli manca solo la maglia numero 9 della Fiorentina, e senti tutto il pubblico femminile gemere come se ci fosse Ron Jeremy nell'antibagno, capisci che boh, però gli zombie non dovrebbero essere in secondo piano rispetto al pur ottimo calciatore.

 La trama: Ato Bolton si ammala di una malattia incurabile, che è "la rabbia di correre velocissimo", e nessuno riesce a trovare la cura. I medici indiani, straziati, tra un doloroso kebab e uno struggente kebap non possono fare che legarlo e farsi mordere, perchè chi sa resistere a un kebab? Questa scena potrebbe essere accaduta in Corea del Sud o ad Israele, non saprei ben dire, nel film si cambia location a cazzo e senza un motivo, solo per fare delle scene di "sono inseguito dagli zombie". Ma niente, il virus de "la rabbia di correre velocissimo" si propaga in fretta grazie alla campagna pubblicitaria "Basta un morso e riparti di slancio!". Primo paese a cadere è l'Italia, dove tutti pensano solo a mangiare e appena si vedono arrivare gli zombies gli italici si preoccupano giustamente di proteggere l'abbacchio e intanto vengono morsi. Dalla fame.

 Ma vabbè, insomma... Batistuta ci terrebbe a vincere la Champions e a dedicarla alla famiglia, quindi si avventura in un lunghissimo pellegrinaggio con un giovane malattologo, vedrete quante ne combineranno assieme... per tutto il film il loro rapporto dicotomico è sicuramente la parte più curata a livello di sceneggiatura/dialoghi... Questi due compagni inseparabili scoprono che forse la malattia è quella, forse gli zombie reagiscono al rumore (un mondo senza metal? mordetemi subito, zombies!), forse è meglio far pianino, che chi va piano va sano e va a trebbiano, come dicevano quelli convinti che un bicchiere al giorno fa buon sangue.

 E niente, il finale è il solito, l'unico modo, pare, di sfuggire agli zombies, è fingersi impiegati di banca, quindi lenti, impacciati, sempre malati... gli zombie sembrano non vedere persone così insignficanti e tirano dritto in cerca di gente vera. Il film è presumibilmente solo il capitolo di una saga, quanto mi piacciono le saghe, ma dice che fanno diventare ciechi. Gli spettatori svuotano la sala lacerati da dubbi del tipo "Ma quindi alla fine gli zombie non ho capito in che squadra giocano"

Voto al film secondo i dettami della Pepi Enciclopedia del cinema: 5 stando larghi, le scene belle sono tutte nel trailer, maledetti, basta con questo trucco che ci si casca sempre
Voto a Gabriel Omar Batistuta: 9, come il suo numero di maglia, riesce a portare tonnellate di donne al cinema a vedere film di zombie morsi dal morbo di Ato Bolton. La prossima volta un film su quanto sia bello starsene a casa a scommettere guardando una partita, grazie
 Voto agli zombie morsi dal morbo di Ato Bolton: 4 che fretta c'era, non c'e' più la primavera.

 p.s.: alla fine del primo tempo commento del 50enne davanti "Se sapevo che gli zombie erano questi mica venivo".

giovedì 27 giugno 2013

I Machine Head

Premessa indispensabile. Se sei un esperto musicale canuto che bacchetta e latra contro tutti quelli che non distinguono il gothic progressive dal gothic dark, non mi sto rivolgendo a te. Hai già scelto di essere sapientino, non sbagli mai, ti invidio un sacco, ti tiro il dito, ma volevo dire un'altra cosa.

Quando ero ciovane, mi piacevano un frego (come usavano dire i ciovani un tempo) i "Machine Head". Trovavo Ten Ton Hammer una canzone potente (evvedi che c'e' scritto anche nel titolo) che mi faceva sentire non solo alternativo, ma addirittura duro e puro, un po' come quelli che ascoltano i Burzum, che poi a volte li ascolto anch'io, però mi interrogo sui Burzum, e quando ci si comincia a interrogare non si è più duri e puri.

E niente, allora erano tutti altri tempi, le stagioni erano tali, si attendeva con ansia dal discaio di fiducia l'uscita del nuovo vinile, e i video musicali normali li passava prima VideoMusic, poi MTV. I video metal li passavano dalle 2 del mattino in trasmissioni per soli adepti, con nomi brutali tipo "Notte Rock", che al sol pensarci avrei messo i figli a letto, che ad ascoltar quella musica lì poi mi diventi un impiegato.

E quindi, senza tediarvi con l'ascolto di Ten Ton Hammer, che però era possente e virile, avevo sentito da più parti (cioè a Notte Rock) che era uscito un nuovo album dei Machine Head, e non vedevo l'ora di acquistarlo dal discaio, ma soprattutto di ricevere come ghiotta primizia il video del primo singolo.
Con grandi aspettative di brutalità mi siedo davanti alla televisione (anche perchè dietro non si vede, buona questa, non invecchia mai) ed ecco finalmente partire le immagini di "From This Day", l'attesissimo nuovo video, che invece vi vado a sottoporre, sennò non si capisce:


Ora, anche se non siete "metallari", potete notare i bigodini di Berlino, gli abiti strechtati, le sonorità che quasi non vi dispiacciono, le luci e i colori, l'alimentazione sottesa fatta sicuramente di sprizzolona e orsetti gommosi.
Quando vidi questo video per la prima volta, mi ritrovai sgomento e perduto. Se fossi stato un pulcino con gli occhiali che tiene un libro alla rovescia, avrei sbattutto gli occhi verso l'orizzonte in cerca di spiegazioni. Se fossi stato un cane placido che sgranocchia nottetempo un lecca-lecca, mi sarei arrestato per riflettere.
Come è possibile che il gruppo che ha fatto Ten Ton Hammer, possa fare QUESTO? Moda? Ricerca del successo? E io ovviamente, che sono più noioso di una mucca che fa un salutino con la mano sinistra, mi interrogai: ma allora devo cambiare anch'io! Perchè è ovvio, tutto quello che succede nel mondo serve solo a mandare messaggi a ME. Macchè egocentrico, anzi, forse sì adesso che mi ci faccio pensare. Forse devo abbandonar la ruvidezza e il mio essere asociale, sociopatico, stronzo, per diventare uno che ha i bigodini di Berlino in testa e veste Armadi, nel senso di persone ben piazzate. .
E' un po' come Mark Lenders, grande calciatore del Giappone che fu, quando decide di smettere di non passarla mai e di tirare fortissimo spaccando portiere, porta e muro e decide invece di giocare di squadra a passarla, come Khrin.

Questo racconto, che vuol esser didascalico e di formazione, si conclude praticamente due anni dopo, quando esce il nuovo album dei Machine Head, con il nuovo singolo di lancio "Imperium". Oramai il discaio è sorprassato dall'Internet, che offre per giovani assetati di musica potente anelato abbeveraggio. E' una frase compiuta quella precedente, giuro. C'e' anche il complemento oggetto.
Alla notizia del nuovo singolo mi sento un po' come un fidanzatino che ha saputo che la sua ragazza lo ha tradito facendo sesso con tutti i suoi migliori amici, tra l'altro pare che siano stati visibili sia Rai1 che Rai2, mentre lui ero abituato a vedere Telacavi. Dopo questo choc la sua ex fidanzatina gli dice che vuole rivederlo per un aperitivo. Capite la titubanza. Ma comunque le da un'altra chance, e, uscendo di metafora, IO mi concedo di vedere il video "Imperium" dei "Machine Head"


Potenza, cambi di ritmo, tutto quello che mi aspettavo nel precedente video, me lo ritrovo ora.
Nel frattempo anche Mark Lenders, dopo essere andato da solo a Bellaria a calciare  il pallone contro le onde per ore e ore, ha smesso di passare la palla ai compagni, spezza le caviglie agli avversari, spacca i muri di sinistro ed è di nuovo se stesso.

Quindi, qual è il messaggio contenuto in questo lungo e frizzante post?
Che a volte nella vita si fanno cazzate, ma si fa poi in tempo a rimediare.

Ma soprattutto che torno ad ascoltarmi Imperium.

p.s. : per i canuti esperti tecnicini, è un racconto che vuol avvincere, quindi la successione temporale degli anni e degli album potrebbe essere stata un po' forzata, merda, ma non vi va mai bene veramente niente.







martedì 23 aprile 2013

"Attiva il satellite"

Il film è "Attacco al potere".
E il mio racconto potrebbe anche finire qui, considerato che è gratis.
Ma volevo dare prova di grande sagacia nell'analisi dei costumi, un po' come Makkox, che mi fa arrabbiare perchè piace a tutti. Io da piccolo ho sempre detto "Da grande voglio fare Makkox". E i miei a incoraggiarmi sollecitamente con parole come "Pirla!" o "Studia, scimmia!".  Io allora "No, allora non lo faccio, faccio l'impiegato che controlla i fogli". E i miei subito subito ad incoraggiarmi alacremente "Mediocre!" o "Studia, scimmia!".
Inizio fuorviante, per dire che la mia vita non è stata tutta e rosa fiori prima di andare al cinema a vedere "Attacco al potere". Un film atteso da una babele di giovani che vogliono sapere tutto sulle tese relazioni internazionali  tra  Corea del Nord e  Stati Uniti dell'America, che assaltano le sale del cinematografo  al grido di "Figa, andiamo ad acculturarci al cine che poi ci facciamo anche gli orsetti di gomma con l'aceto di vino per un'esperienza extrasensoriale veramente appagante". Nota di costume numero due:  il  cinema è gremito di donne al limite del barely legal, ma non siamo lì certo per dedicarci alla popolazione femminile, quanto piuttosto a goderci la pellicola d'essai in 18 centimetri, che minghia io speravo che era un film porno tipo Rocco devasta la Polonia (non l'ho mai visto perchè sono schivo, ma mi han detto che si intitola così).
La trama: la Corea del Nord, travestita da Corea del Sud, attacca con l'astronave di Capitan Harlock la casa bianca e sembra quasi farcela, anche perchè  attaccano anche da terra con dei torpedoni Menarinibus pieni di gitanti coreani arrabbiatissimi perchè  gli han venduto le pentole a 19.99 yen. Non è tanto per le pentole, è che osteggiano lo yen. Una bellissima donna asiatica uscita da un centro di massaggi di quelli con l'happy handing (io non lo so se esistono sul serio perchè son schivo, ma mi han detto che ci sono) controlla i computers e comincia una estenuante ricerca delle 3 chiavi per far partire i missili atomici e metterlo tra le chiappe al mondo intero, perchè gli americani sono imperialisti, quindi dobbiam pagare anche noi che al massimo facciamo della gran dieta mediterranea. I tre codici sono composti di 7 caratteri alfanumerici, che li trova anche un passwordcracker di quelli che giravano sui 486, ma la suspence è alle stelle. Gli spietati nordcoreani, invece di provare semplicemente a scrivere "palla12" preferiscono estorcerli con brutale forza agli ostaggi!
Tutto questo per introdurre l'argomento principale di oggi.
A un certo punto si passa ad una scena concitata in diretta dal Pentagono.   Che è poi il momento saliente che volevo evidenziare.
Unità di crisi, disperazione per la distruzione del pianeta. Frenetici consulti tra diplomatici e tennici marziali, per decidere la miglior strategia per la salvezza dell'umanità.
Ecco il colonnello maggiore in grado Timothy avvicinarsi con aria cupa a un tennico specializzato che sta davanti al monitor. Gli arriva da dietro e gli dice "Attiva il satellite".  Una scena già vista in mille film e che pure mi lascia sempre un dubbio amletico che non riesco a risolvere.
Che cazzo aveva fatto fino a quel momento l'uomo davanti al monitor?
Il pianeta sta per essere distrutto dai coreani, siamo a Defcon 1 da 8 ore e lui non aveva neanche attivato il satellite? Cioè, capirei se l'ordine fosse stato "Sintonizzati sul satellite 4832.. devi deprioritare le  operazioni attualmente in essere".  "Attiva il satellite" sarebbe come se il mio capo  arrivasse alle spalle alle 12 del mattino e mi dicesse "Accendi il computer".
Eppure questa scena c'e' in quasi tutti i film che si rispettino... io la segnalo perchè volevo dar prova di gran sagacia e stimarmi della mia arguzia. Fatto questo potrei anche concludere ma sono sicuro che molti vogliono sapere come va a finire il film.
Niente, un uomo da solo mezzo rambo mezzo strambo riesce nell'ordine a
- salvare il figlio del presidente e convincerlo ad iscriversi a giurisprudenza, che lui voleva fare architettura invece
- uccidere tutti i nord coreani di guardia alla casa bianca con un coltello di quelli che io non ci riesco neanche a tagliare la spuma di kebab
- entrare nell'impenetrabile bunker della casa bianca ove il presidente è tenuto in ostaggio facendo esplodere una bombetta puzzolente
- salvare il presidente
- uccidere l'introvabile terrorista nordkoreano, di cui tutti ignoravano il volto prima di provare a cercare il suo profilo su facebook e scoprire che aveva già un milione di like.

E niente, il film si conclude con la barriera americana che torna finalmente a garrire al vento e Napolitano che viene rieletto.