Era salito sul primo autobus nel 1973, e non ne era ancora sceso. Le aveva viste più o meno tutte dalla sua cabina di guida, il Gianni. Già, perchè Sampar non era il suo vero nome. Era un soprannome che si era guadagnato per un curioso episodio avvenuto nel Novembre del 1979, sulla tratta che portava dal Deposito Due MAdonne a Calderara di Reno. In quella che sembrava una ordinaria giornata di lavoro era accaduto un evento, per l'epoca, straordinario. Sull'autobus era salito un cittadino di un'altra nazione: barba foltissima, turbante in testa, carnagione olivastra. Il Gianni l'aveva squadrato da cima a sandali per imprimerlo bene nella memoria. Poi, nel silenzio attonito sceso tra gli imbarazzati passeggeri del mezzo pubblico, aveva messo la prima, aveva sospirato e aveva continuato il suo viaggio, tra il sogno e la realtà. .
Lo straniero non aveva pronunciato una sola parola, era sceso alla fermata dell'Ospedale Maggiore e si era incamminato lentamente verso la sua destinazione.
Il Gianni, finito il turno, si era fiondato nella sala ricreativa dell'azienda di trasporti in via San Felice e tutto d'un fiato aveva raccontato "Oggi è salito su un autobus uno di un altro paese! Doveva essere un persiano, un indiano...quelle robe lì... mammia mia che cose strane che si vedono!". I colleghi, attoniti, avevano ascoltato per 15 minuti i voli pindarici del Gianni per cercare di descrivere le sembianze della creatura e le emozioni che si erano diffuse per tutto l'autobus. Alla fine del suo racconto, con un filo tremulo di voce, si era accasciato su una sedia esclamando "Che esperienza! Sentite mo' il Gianni e ricordatevi queste parole: diventerò famoso per essere l'unico autista di Bologna che ha visto salire uno straniero su un autobus".
Questo racconto era diventato leggenda e si era tramandato di anno in anno, di circolo in circolo.
25 anni dopo, appunto, gli era valso il famoso soprannome di "Sampar". Abbreviazione di "Lù lè ai ciàpa sampar".
Il 13 agosto 2013 Sampar stava concludendo il suo penultimo giorno di lavoro. Con fatica, per utilizzare un eufemismo. L'autobus, una vettura col numero 13 stampigliato sulle estremità, stava esalando gli ultimi respiri, come se volesse andare in pensione assieme al suo padrone. Con tutta l'esperienza accumulata negli anni, il Gianni era riuscito a parcheggiare il mezzo nel deposito Battindarno e aveva spento il motore un secondo prima che questo collassasse, a giudicare dai rumori prodotti. L'aria condizionata era rotta, il monitor di sistema era sfarfallante nell'intento di riavviare il sistema operativo da circa 15 anni (c'era montanto Windows 98!), i sedili divelti e i finestrini opponevano la resistenza di un lottatore di sumo a qualunque manovra di approccio. Sampar, che ne aveva viste tante, aveva sentenziato "Questo è stato il tuo ultimo viaggio!". Aveva compilato la scheda per i meccanici segnalando "grave malfunzionamento", poi l'aveva consegnata a Tazio e Enrico, che facevano il triplo turno in officina e aveva sentenziato "Cal zavài que ans muvàra piò!" . Dopo era andato a casa per un meritato riposo in attesa del suo ultimo turno, che sarebbe iniziato alle 11.30 del 14 agosto 2013.
Il mattino successivo, come da procedura prevista dall'azienda dei trasporti bolognese, aveva comunque provato a riaccendere la vecchia carcassa e, con suo enorme stupore, l'autobus si era subito messo in moto con un frizzante rombo del motore, che sembrava cantare come Gigi Finizio al festival degli Innamorati Sbaciucchiosi di Venezia. Gianni, stupito ma allo stesso consapevole dell'origine del suo soprannome, aveva fatto finta di niente e fischiettando aveva iniziato il suo ultimo viaggio verso il capolinea.
Alle 11.45 Tazio si era avvicinato a Enrico ridendo "Hai visto Enrico? L'autobus di Sampar oggi è partito come un fulmine! Ogni parola, una sentenza!". Ma la risata si era subito fermata in gola vedendo lo sguardo di Tazio diventare prima interrogativo, poi pallido, poi terreo. "Che c'e' Tazio, hai visto una busona?", aveva subito chiesto Enrico speranzoso.
Tazio aveva pronunciato poche semplici parole. "Come ha fatto a ripartire quell'autobus che gli ho tolto il motore ieri sera?".