venerdì 23 agosto 2013

Broken Bus - Sampar (terzo episodio)

Sampar guidava gli autobus da 39 anni, 11 mesi e 29 giorni. Ancora due giorni e sarebbe andato in pensione. Non gli sembrava vero.

Era salito sul primo autobus nel 1973, e non ne era ancora sceso. Le aveva viste più o meno tutte dalla sua cabina di guida, il Gianni. Già, perchè Sampar non era il suo vero nome. Era un soprannome che si era guadagnato per un curioso episodio avvenuto nel Novembre del 1979, sulla tratta che portava dal Deposito Due MAdonne a Calderara di Reno. In quella che sembrava una ordinaria giornata di lavoro era accaduto un evento, per l'epoca, straordinario. Sull'autobus era salito un cittadino di un'altra nazione: barba foltissima, turbante in testa, carnagione olivastra. Il Gianni l'aveva squadrato da cima a sandali per imprimerlo bene nella memoria. Poi, nel silenzio attonito sceso tra gli imbarazzati passeggeri del mezzo pubblico, aveva messo la prima, aveva sospirato e aveva continuato il suo viaggio, tra il sogno e la realtà. .
Lo straniero non aveva pronunciato una sola parola, era sceso alla fermata dell'Ospedale Maggiore e si era incamminato lentamente verso la sua destinazione.
Il Gianni, finito il turno, si era fiondato nella sala ricreativa dell'azienda di trasporti in via San Felice e tutto d'un fiato aveva raccontato "Oggi è salito su un autobus uno di un altro paese! Doveva essere un persiano, un indiano...quelle robe lì... mammia mia che cose strane che si vedono!". I colleghi, attoniti, avevano ascoltato per 15 minuti i voli pindarici del Gianni per cercare di descrivere le sembianze della creatura e le emozioni che si erano diffuse per tutto l'autobus. Alla fine del suo racconto, con un filo tremulo di voce, si era accasciato su una sedia esclamando "Che esperienza! Sentite mo' il Gianni e ricordatevi queste parole: diventerò famoso per essere l'unico autista di Bologna che ha visto salire uno straniero su un autobus".
Questo racconto era diventato leggenda e si era tramandato di anno in anno, di circolo in circolo.
25 anni dopo, appunto, gli era valso il famoso soprannome di "Sampar". Abbreviazione di "Lù lè ai ciàpa sampar".

Il 13 agosto 2013 Sampar stava concludendo il suo penultimo giorno di lavoro. Con fatica, per utilizzare un eufemismo. L'autobus, una vettura col numero 13 stampigliato sulle estremità, stava esalando gli ultimi respiri, come se volesse andare in pensione assieme al suo padrone. Con tutta l'esperienza accumulata negli anni, il Gianni era riuscito a parcheggiare il mezzo nel deposito Battindarno e aveva spento il motore un secondo prima che questo collassasse, a giudicare dai rumori prodotti. L'aria condizionata era rotta, il monitor di sistema era sfarfallante nell'intento di riavviare il sistema operativo da circa 15 anni (c'era montanto Windows 98!), i sedili divelti e i finestrini opponevano la resistenza di un lottatore di sumo a qualunque manovra di approccio. Sampar, che ne aveva viste tante, aveva sentenziato "Questo è stato il tuo ultimo viaggio!". Aveva compilato la scheda per i meccanici segnalando "grave malfunzionamento", poi l'aveva consegnata a Tazio e Enrico, che facevano il triplo turno in officina e aveva sentenziato "Cal zavài que ans muvàra piò!" . Dopo era andato a casa per un meritato riposo in attesa del suo ultimo turno, che sarebbe iniziato alle 11.30 del 14 agosto 2013.

Il mattino successivo, come da procedura prevista dall'azienda dei trasporti bolognese, aveva comunque provato a riaccendere la vecchia carcassa e, con suo enorme stupore, l'autobus si era subito messo in moto con un frizzante rombo del motore, che sembrava cantare come Gigi Finizio al festival degli Innamorati Sbaciucchiosi di Venezia. Gianni, stupito ma allo stesso consapevole dell'origine del suo soprannome, aveva fatto finta di niente e fischiettando aveva iniziato il suo ultimo viaggio verso il capolinea.

Alle 11.45 Tazio si era avvicinato a Enrico ridendo "Hai visto Enrico? L'autobus di Sampar oggi è partito come un fulmine! Ogni parola, una sentenza!". Ma la risata si era subito fermata in gola vedendo lo sguardo di Tazio diventare prima interrogativo, poi pallido, poi terreo. "Che c'e' Tazio, hai visto una busona?", aveva subito chiesto Enrico speranzoso.
Tazio aveva pronunciato poche semplici parole. "Come ha fatto a ripartire quell'autobus che gli ho tolto il motore ieri sera?".

martedì 20 agosto 2013

Broken Bus - Rita (secondo episodio)

Impiegata della Biblioteca comunale, o impiagata, come era solita definirsi in gioventù l'insicura Rita.
Da 34 anni attendeva che il principe azzurro, dopo essersi registrato in Biblioteca compilando l'apposito modulo,  venisse a salvarla portandola nel mondo fiabesco che si era costruita. Un mondo che trasudava sogni e speranze, che si alimentava grazie a ogni riga sbranata dai suoi libri preferiti... un mondo etereo e impalpabile che prendeva vita ogniqualvolta Rita chiudeva gli occhi. Tra un tomo e l'altro, un po' stufa di aspettare, Rita  aveva insospettatamente scoperto una grande passione per il sesso anale.
Non era come trovare il principo azzurro, soleva dire, ma però minghia intanto che aspetti almeno il tempo passa allegramente.
E dire "ma però" quanto la eccitava, nella sua imperfezione grammaticale!
Da quando aveva abbracciato la promiscua libertà sessuale si sentiva combattuta tra la vecchia Rita e la porca Rita, due proiezioni di se stessa che cercavano faticosamente di convivere. Aveva scelto finora partners occasionali, scoprendo a sua insaputa di essere molto desiderabile e, a detta dei suoi amanti, anche molto brava.

Ma questa non era l'unica perversione di Rita.
Quello che veramente la eccitava, che la faceva sentire in estasi era mandare messaggini ai suoi partners, dando così sfogo a tutte le fantasie più nascoste. Erano i suoi piccoli romanzi: audaci, intensi, improvvisi, emozionali e istintivi.

Quello di cui Rita non si accorgeva era però che le sue due anime, quella colta-istruita e quella selvaggia- passionale, convivevano nei suoi sms. Per fare degli esempi, tra i messaggi inviati dal suo cellulare comparivano  "Scopami come se fossi la tua troia, poichè mi è negletta l'autostima quando giaccio teco". Ma anche "Vorrei che fossi qui per ingollare con avidigia estrema il tuo seme, atteso che il desiderio di essere scopata è difficile da arginarsi". La sua parola preferita, come per molti agricoltori, era infatti "seme". Lo infilava in ogni messaggio, il più delle volte sconcertando chi lo riceveva che si aspettava un linguaggio ben più terra terra visto l'argomento trattato.

Quella mattina Rita si era svegliata di buonora e aveva mandato un solo sms, che recitava pressapoco così "Tazio, stanotte ho sognato il tuo seme. Ci si vede sul solito autobus. Non indosserò le mutandine, vieni ad obliterare l'apposito titolo di viaggio o verrai sanzionato secondo le vigenti normative".

Rita non sapeva quanto le avrebbero fatto comodo un paio di mutandine sopra quell'autobus che luccicava abbagliando i passanti,  in quella torrida mattina d'Agosto.

martedì 13 agosto 2013

Broken Bus - Arnaldo (episodio pilota)


Quella mattina di Agosto Arnaldo si era svegliato presto, come suo solito.
Alle 4 del mattino, un'afa insopportabile (anche per quella stagione) e un'irresistibile voglia di rompere i coglioni ai bolognesi che  sarebbero andati a lavorare di lì a poco lo avevano scaraventato giù dal letto. Aveva sputato a terra, aveva tirato fuori i bollettini postali, aveva messo a posto la sua collezione di foto di badanti rumene, aveva telefonato a uno dei suoi numeri verdi preferiti per poi riattaccare non appena rispondeva l'operatore. Questa liturgia ormai consolidata era recentemente stata arricchiata da un nuovo rito: tracannare d'un fiato un bicchierino ricolmo di alchermes. Alfonso si era accorto che quel bicchierino era sufficiente per rendere le labbra spiaccicanti tutto il giorno. Biascicare fortissimo di fianco alle persone era diventato un gioco da ragazzi e alcuni toni di schiocco erano talmente alti che avrebbero potuto disturbare la  Madonna in persona.
Alle 7.45, puntuale come la sorte, Arnaldo era uscito di casa alla ricerca del bus più affollato possibile.

Arnaldo, 67 anni, non sapeva che dopo aver messo piede su quell'autobus non avrebbe mai più rivisto una sportina della COOP.